La Storia della Villa

"Vede quella collina? Vorremmo costruirci la casa, press' a poco come il Palazzo di Clusone". Cosi' le Contessine Fogaccia parlottavano con l'architetto Marcello Piacentini. E la costruzione inizio': nell'Agro Romano, fra la Boccea e l'Aurelia, a tre chilometri da San Pietro, ecco la Villa (tuttora abitazione padronale del proprietario, che direttamente accudisce alla propria tenuta). Poco piu' in la', la Borgata Fogaccia, nata dopo importanti opere di bonifica e di trasformazione agraria e fondiaria.

La figura della Villa nasce attorno a una vecchia torre centrale (tufo a vista, collocato volutamente a caso) alla quale, durante i secoli, si affiancarono altre costruzioni.
Cortile d'ingresso in 'sampietrini' con cordoni di travertino; all'interno pareti dorate con tinte di avorio, di tufo, di verde, di rosso cupo, di arancione e viola.
Lo scalone in travertino, gli infissi di legno colore mogano: ogni particolare e' stato attentamente curato.
Il 16 marzo 1924, proprio nel giorno dell'annessione di Fiume all'Italia, arrivo' la luce elettrica. Bene lo ricordava il Conte Piero Fogaccia: "Dopo un infuocato tramonto, la lampada mando' sul piazzale la sua pallida luce, che il volgere delle ore verso notte rese splendente nella fonda oscurita'… Piccole fiammelle, dal Forte Boccea per circa tre chilometri, segnavano la linea che scendeva la spalletta per risalire quella di fronte, correva sul piano del monte per ridiscendere e risalire. La linea del tetto della casa era illuminata e cosi' il piazzale".
L'architetto Piacentini sperimento' per la prima volta una sua concezione costruttiva di casa privata: le sale di soggiorno non sono collocate sullo stesso livello dei piani del fabbricato, ma a meta' fra il pianterreno rialzato e il primo piano. Questo sistema si mostro' molto utile: per passare da un piano all'altro, si fa una sola rampa di scale invece che due.

Gli interni della Villa
Nei pavimenti degli ingressi, troneggiano due stemmi (metri 2,95 il primo e quattro il secondo): il giglio dei Farnese, la fascia argento e azzurra, la focaccia e l'olmo (emblemi degli stemmi Fogaccia). Tali caratteristiche plastiche ne fanno "uno stemma parlante".
Lo scalone unisce le tre hall. Pilastri e archi dividono le due rampe. Ne sorge un elegante gioco di linee e di prospettiva. I pesanti portoni (alti metri 4,34) chiudono uno l'accesso al cortile, l'altro quello al terrazzo.
Il salone, vasto ambiente di 132 metri quadri senza aperture, possiede due sporgenze una a mattino-mezzogiorno, l'altra a sera.
La sala da pranzo (80 metri quadrati) disegna un rettangolo dalle pareti chiuse, illuminato da una grande trifora.
Tutto e' di pregio: i pavimenti, i soffitti, i ferri battuti, gli stipiti. I pavimenti in cotto, espressamente confezionati a Perugia; le ceramiche di produzione napoletana. Il ferro e' forgiato: gli artigiani della Valle Seriana lo lavorarono nelle inferiate, nelle maniglie, nei bandoni delle porte, nelle chiavi, nei grossi catenacci a cesello.
Il bagno degli ospiti in marmo di S. Benedetto di Valle Seriana; le rubinetterie riproducono animali di campagna: la chiocciola, il lombrico, la tartaruga.
Tutti gli stipiti interni ed esterni, i portali d'ingresso, i pilastri della terrazza e lo stemma (con la legenda araldica sopra il portone) sono in peperino di Viterbo, la pietra classica della citta' dei Papi. Lo stemma misura metri 2,50 in un pezzo solo; il masso, appositamente cavato, pesa 22 quintali. Fu scolpito espressamente da un artista di Viterbo.
La Villa custodisce 70 mila essenze arboree, tutte piantate ex-novo, tra cui molte danneggiate dalla guerra, ma poi con maestria sostituite.

Storia e aneddoti: il Re, la guerra, la Santa Reliquia
*Sua Maesta' Vittorio Emanuele III, accompagnato da Asinari di Bernezzo, suo primo Aiutante di Campo, il I° aprile 1938 inaugurava la Villa. Si soffermo' a osservare attentamente il plastico della Borgata Fogaccia, le fotografie che segnavano il progressivo sviluppo della bonifica, fin dai primi lavori compiuti con i prigionieri di guerra, i disegni e i tracciati. Si racconta che Sua Maesta', per rispetto alla nobilta' della famiglia, abbia camminato lungo le pareti dell'ingresso della Villa, per evitare di calpestare lo stemma.
*Ricorda il Conte Fogaccia: "Sembra miracoloso. La guerra fu qui combattuta. Il cannone tuonava: dalla Pineta Sacchetti gli Alleati, dalla Borgata i Tedeschi. Le pallottole fischiavano. Il giardino era disseminato di proiettili. Carri armati, mitragliatrici, relitti vari nei viali, nei prati, sotto le piante. Porte e finestre sforacchiate. Il Casale ha resistito e la bufera della guerra, dalla quale fu investito, lo lascio' intatto. Solo la portineria ed il cancello d'ingresso furono distrutti da una bomba". Quando i Tedeschi occuparono la Villa, il Conte Piero e le sue sorelle, furono sorpresi dalla guerra a Clusone, nel loro Palazzo; la Villa era invece custodita dalla sorella Silvia e dal marito, Comandante Francesco Zammitti.

Prima di lasciare Roma, il Conte Piero aveva abbandonato alla rinfusa alcuni abiti personali sopra l'armadio, in cui era custodita gelosamente la Sacra Reliquia della Santa Croce. Quando i Tedeschi spogliarono la Villa di tutto quello che vi era, non si accorsero della reliquia e - cosi' si tramanda - la Villa fu protetta dalla reliquia. Infatti il 6 giugno 1944, gli Americani superarono lo sbarramento dei Tedeschi al bivio della borgata Fogaccia, dove gli stessi avevano installato il quartiere generale. Prima di ritirarsi, le truppe naziste minarono la Villa con bombe a orologeria. Il caso volle che gli Americani arrivassero anzi tempo: disinnescarono l'ordigno, salvando la Villa dalla distruzione.

Marcello Piacentini, figlio di Pio. A quest'ultimo si devono il Palazzo delle Esposizioni in Via Nazionale, il Palazzo dei Duchi Sforza Cesarini, il Ministero di Grazia e Giustizia. Marcello, nato l'8 dicembre 1881, ebbe nel padre un maestro. La sua genialita' ed esuberanza lo hanno collocato fra i primi architetti contemporanei. In lui si distinguono due periodi di attivita' artistica. Il primo (dedicato alla classica dignita' dell'architettura italiana) ebbe specialmente sviluppo nella Bergamo nuova, dove palazzi, porticati, piazze e la torre si ambientano ottimamente con il carattere medievale della citta'.
La casa Madre dei Mutilati, la Banca d'Italia in Piazza del Parlamento e la nostra Villa, rappresentano un punto di transizione verso la nuova architettura.
Al secondo periodo, denso di produzione, appartengono il Monumento alla Vittoria in Bolzano, l'Arco di Trionfo in Genova, la Piazza della Vittoria in Brescia, la Citta' degli Studi in Roma, la Chiesa di Cristo Re in Roma. Pure l'attivita' urbanistica e' molto interessante (studi delle pendici del Gianicolo con la Farnesina e Via della Conciliazione che 'sfonda' su San Pietro).